Affari e impunità. Sono le uniche voci nell'agenda di lavoro di un capo dell'organizzazione mafiosa. Per gli uni e per l'altra, Totò Riina aveva cominciato a spendersi molto prima della stagione delle stragi.

Correva il 1987, si approssimavano le elezioni politiche, che in Sicilia coincidevano anche con un turno delle Provinciali, e lui provava a giocare una nuova partita con il mondo politico. La guerra di mafia lo aveva d'altro canto designato vittorioso, consegnandogli lo scettro del comando: adesso, all'organizzazione non restava che un solo problema per garantirsi il futuro, aggirare lo scoglio del maxi, il primo grande processo imbastito dal pool di Falcone e Borsellino contro Cosa nostra.

Fu così che Riina, conciliando la garanzia dell'impunità alla prosperità degli affari, tentò il salto di qualità che fa di un generale golpista un potenziale primo ministro. Era la risposta all'esercito e alla schiera dei suoi colonnelli rinchiusi in galera, che chiedevano conto e ragione.
Cambiò così il gioco e partirono i primi segnali. Riina aveva ormai deciso la svolta, lo spostamento di un consistente pacchetto di voti dalla Democrazia cristiana al Partito socialista.

Anni di consuetudini si spezzavano d'un colpo. "Il canale socialista - così viene tratteggiato nella prima inchiesta su mafia e appalti della Procura di Palermo, che arrivò solo nella seconda metà degli anni Novanta - da percorrere parallelamente o alternativamente a quello storico fornito dagli esattori Salvo di Salemi e da Salvo Lima, idoneo a consentire a Cosa nostra di uscire indenne dalla più incisiva offensiva giudiziaria che l'organizzazione mafiosa si fosse mai venuta a dovere affrontare: il primo maxi-processo. Era attraverso il gruppo Ferruzzi e l'opera di persuasione che i principali esponenti di esso avrebbero compiuto presso i loro referenti politici che Riina contava per risolvere i gravi problemi giudiziari". L'incontro con i nuovi referenti sarebbe avvenuto sul terreno della spartizione degli appalti in Sicilia.

Ma non era il solo canale di trattativa. I pentiti hanno rivelato che all'inizio degli anni Novanta vennero rinsaldati quei contatti fra Cosa nostra e alcuni esponenti della Fininvest, che risalivano ai primi anni Ottanta. Per questa accusa, Marcello Dell'Utri, deputato di Forza Italia, è imputato davanti al tribunale di Palermo per presunte collusioni con le cosche.

Quando poi, nel gennaio del '92, la Cassazione confermò le condanne del maxiprocesso, Riina avviò la vendetta verso i vecchi referenti politici della prima repubblica: cominciò con Salvo Lima, decretando la sua morte. Attraverso le stragi, intavolò poi una nuova trattativa con i palazzi del potere, alla ricerca di nuovi referenti. Riina ne aveva fatto scaturire anche un "papello" di richieste ad imprecisati esponenti delle istituzioni. Le richieste, sempre le stesse: revisione dei processi, sconti nei sequestri dei beni, trattamento penitenziario privilegiato.

 

 

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