Sono trascorsi dieci anni, tre processi. Ma non sappiamo ancora chi azionò il telecomando quel pomeriggio del 19 luglio 1992, in via d'Amelio. La condanna all'ergastolo di alcuni degli esecutori materiali e dei mandanti di mafia non ha soddisfatto neanche le sentenze, che pur hanno aperto un importante squarcio di verità.
"La Corte è pienamente consapevole - hanno fatto ammenda i giudici del Borsellino ter nelle motivazioni della sentenza - che la ricostruzione dei fatti che intende offrire è gravemente lacunosa, rimanendo tuttora non identificata una larga parte degli attentatori e dovendosi ancora sciogliere innumerevoli e importanti interrogativi riguardo alle modalità operative seguite dai medesimi".

Di chi è la colpa? "Non è agevole individuare le cause di tale stato di cose", è la risposta della sentenza: "Certamente, una grave responsabilità va addebitata a quegli imputati coinvolti nella fase esecutiva che, pur avendo deliberato di collaborare con l'autorità giudiziaria, hanno mantenuto un atteggiamento gravemente reticente in ordine a molti aspetti della propria - e altrui - partecipazione alla strage".
Non è stata riconosciuta leale la partecipazione di Salvatore Cancemi e di Giovan Battista Ferrante, a cui i giudici del Borsellino ter hanno negato lo sconto di pena previsto dalla legge per i collaboratori di giustizia.

Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, che erano state alla base delle indagini iniziali e del primo processo, vengono adesso liquidate: "La sua collaborazione - dice la sentenza del Ter - ha provocato un notevole dispendio di risorse investigative ed ha a lungo impegnato gli inquirenti nel gravoso sforzo di discernere le poche verità dalle molte menzogne che hanno infarcito le sue dichiarazioni".
La verità resta avvolta da una coltre di dubbi. Chi coprono i due pentiti chiave dell'inchiesta?