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Falcone, Borsellino. Ma non solo. Ci sono trent'anni di delitti eccellenti senza verità che non sia quella, a volte forse fin troppo comoda, di una cupola mafiosa che tutto poteva e decideva. Una lunga e travagliata stagione giudiziaria ha rassegnato centinaia di ergastoli a Totò Riina, Bernardo Provenzano, con i soliti noti di Cosa nostra. E insieme a loro, moventi che però sembrano stare stretti nei panni dei "picciotti" di Corleone. Ma i processi hanno detto spesso molto di più delle sentenze. Hanno disseminato indizi, a volte labili, a volte concreti, che portano a responsabilità oltre il livello della cupola mafiosa: non si sono mai potute accertare. Anche i pentiti hanno chiamato in causa i colletti bianchi dei palazzi. Ma alle inchieste non è bastato per vedere al di là delle colpe dei mafiosi. Viene da chiedersi come potranno proseguire le indagini. Il concetto della "convergenza di interessi" sembra ormai essere crollato sotto i colpi delle sentenze di assoluzione per alcuni dei casi più eclatanti che hanno visto imputati uomini politici. Nella zona grigia delle complicità eccellenti ci sono però anche altre presenze, quelle di spregiudicati uomini d'affari innanzitutto. Ed è da questa prospettiva che la Procura di Caltanissetta ha tentato di ripercorrere la strada tortuosa che porta ai mandanti occulti. Nonostante le assoluzioni per i politici - da Andreotti a Mannino - le sentenze dei giudici di Palermo rassegnano ancora nuovi dubbi. Autorizzano a ritenere che la "convergenza di interessi" fra politica e mafia sia esistita per davvero e che però non si sia ancora riusciti a colpirla con un adeguato numero di sentenze perché le indagini e i processi non hanno rassegnato la "prova", intesa secondo i canoni della legge penale. Calogero Mannino è il caso più eclatante, assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma nelle 435 pagine della motivazione della sentenza, i giudici della seconda sezione del tribunale di Palermo esprimono pesanti perplessità: "È acquisita la prova - scrivono - che nel lontano 1980-81, Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa nostra, Antonio Vella". E dopo di lui, anche con altri fra i boss della vecchia mafia della città dei Templi. Ci sono le prove, ma non tutte quelle necessarie per condannare: "Manca l'accertamento della controprestazione di Mannino", annota il collegio giudicante presieduto da Leonardo Guarnotta: "Non c'è la prova che l'accordo elettorale abbia avuto ad oggetto la promessa di svolgere un'attività, anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa nostra". Ma allora i mafiosi facevano beneficenza ai politici? La sentenza esprime anche una valutazione storico-giudiziaria: "La mafia ha sempre votato per la Dc, partito di maggioranza relativa, poiché era agli esponenti di tale forza al potere che ci si doveva rivolgere per ottenere vantaggi: è rimasto epocale il temporaneo voltafaccia verso i socialisti (ampiamente documentato al processo) che si era verificato alle elezioni nazionali del 1987". Eppure, ribadiscono i giudici, per condannare è mancata la prova della "controprestazione del politico, la prova delle condotte positive aventi contenuto individualizzante e consapevole". E questo è un altro dato che spinge verso una rivalutazione critica della stagione giudiziaria dell'antimafia sin qui avviata. Colpa delle indagini che non hanno saputo trovare quella prova, della timidezza dei tribunali ad accertarla, o degli strumenti di legge inadeguati per colpirla? In attesa delle risposte, la ricerca storica e sociologica non può fermarsi. Anche perché l'organizzazione mafiosa cambia velocemente pelle e le ultime indagini ci dicono che ha riconquistato un rinnovato rapporto con i palazzi delle istituzioni. Si rischia, dunque, di non comprendere più i profondi cambiamenti in atto. Un problema irrisolto, e non da ora. L'essenza delle travagliate indagini su mafia e politica la coglie l'avvocato di parte civile Alfredo Galasso nel processo per la strage Falcone. Chiede a Giuseppe Ayala, uno dei pubblici ministeri del primo maxiprocesso: "Vi fu una sfumatura, che non era di poco conto, fra la requisitoria e l'ordinanza di rinvio a giudizio. Cosa ricorda?" Giuseppe Ayala: "Si è vero, ne parlammo a lungo con Falcone, io non condividevo il termine contiguità che pure il mio ufficio, la Procura, aveva adoperato nella requisitoria. Il termine era venuto fuori durante una riunione dedicata al capitolo dei rapporti fra mafia e politica. Dietro quella questione terminologica, ce n'era una ben più profonda, relativa all'impostazione dell'atto. C'era da fissare il livello di cautela nel parlare di un rapporto che certamente esisteva, ma che processualmente non era provato. Ebbene, l'ufficio istruzione e Falcone non condivisero quel termine. E nell'ordinanza, sia pure fra le ottomila pagine, c'è un accenno: "Ma quale contiguità? C'è qualcosa di più che la mera contiguità". E mi trovai perfettamente d'accordo con Giovanni Falcone". Nella ordinanza sentenza del maxi-processo, il pool scrive: "Nella requisitoria del pubblico ministero si fa riferimento alla contiguità di determinati ambienti imprenditoriali e politici con Cosa nostra. Ed indubbiamente questa contiguità sussiste anche se è stata scossa, ma non definitivamente superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto della mafia. Ma qui si parla di omicidi politici - prosegue il documento - di omicidi, cioè, in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica; fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente voltare pagina".
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