È ancora da percorrere l'itinerario dei misteri che circonda la fine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Dieci anni dopo, i mafiosi che hanno deciso ed eseguito gli eccidi del 1992 sono in galera. Non lo sono i beneficiari di quella stagione di sangue e orrore. Se è ormai certo e indubitabile che Cosa nostra si occupò delle stragi di Palermo, e poi di Roma, Firenze e Milano, nel 1993, è abbastanza evidente che non Riina, vero artefice della scelta stragista, ha incassato un solo dividendo da tutta l'impresa.
Eppure, quella che sembrava una scelta suicida, che avrebbe portato l'organizzazione mafiosa al tracollo, si è rivelata ugualmente fruttuosa. Dalle ceneri della stagione di sangue e orrore, una nuova mafia, più forte e silente, più abile e più subdola, si è fatta avanti. Detta legge negli affari, si è seduta a tavola più comodamente di prima, prospera nell'ombra e recluta adepti insospettabili. Non uccide, non spara ma ingrassa. È la mafia di Bernardo Provenzano.

Non Riina, dunque, ma l'organizzazione ha guadagnato molto da quelle stragi. Ha scommesso su un passaggio obbligato meditando di ricavarne profitto sulla lunga distanza. E in questo tempo di rimozione si è sfiorata persino l'abolizione dell'ergastolo, si torna a parlare con insistenza di una soluzione quasi politica per quegli anni.

La chiave per la svolta è in una parola, "dissociazione". È più di un progetto, viaggia in sotterranea, incontra molti favori e poggia pure su un paio di proposte di legge depositate al Parlamento. Il senso è pressappoco questo: "Dichiari di essere mafioso, ammetti le tue colpe, quelle che la giustizia ti ha già attribuito, e solo quelle. In cambio avrai misure più blande per la detenzione e la possibilità di scalare dagli anni della pena gli sconti previsti dalle leggi premiali". Ciò che non è detto, ed è la parte più cospicua del contratto, riguarda i patrimoni. "Conservi i soldi, e quel che è stato è stato. Ma noi potremo dire di averti battuto". Chi avrà la voglia e il tempo di arrivare in fondo al libro, vedrà aleggiare questa cambiale in bianco ad ogni capitolo. Solo chi meditava di giungere alla presa del potere poteva negoziarla.

Quando nel gennaio del '93 vedemmo le immagini di Totò Riina, il misterioso capo della Cupola, restammo tutti un po' delusi. Ne sentimmo la voce e la delusione crebbe. Come era possibile che un uomo così avesse fatto tutto questo?
Non solo era possibile. Era stato. Dieci anni dopo sappiamo che Riina non fece tutto da solo. Consultò e incontrò persone importanti, discusse a lungo delle molte possibilità che un quadro politico in movimento gli offriva. Puntò a più tavoli. Si raccordò ad altre organizzazioni criminali. Entrò in contatto con tutti, massoni, neofascisti, esponenti dei servizi segreti, tenne un canale aperto perfino con alcuni ufficiali dei carabinieri. Ma soprattutto giocò sullo sfascio politico.

Così finiva la prima repubblica e se ne preparava un'altra.

Riina inferse un colpo decisivo al crollo della Democrazia cristiana uccidendo Salvo Lima, subì il tracollo socialista quando molti dei suoi uomini facevano affari con i big dell'imprenditoria corsara prosperata all'ombra del garofano. Scrutò a lungo la Lega, si mosse abile tra mille sigle dell'arcipelago indipendentista del Sud, si fece un partito tutto suo e poi ne decretò la fine quando già era nata Forza Italia. In Parlamento, ormai, sedevano uomini che forse don Totò non ha mai incontrato personalmente ma dei quali, certamente, molti gli avevano parlato benissimo.