A Paolo Borsellino rimasero altri 57 giorni di vita. E li visse tutti come se ognuno dovesse essere l'ultimo.
Anche lui, come Giovanni Falcone, aveva intuito quale passaggio epocale fosse stato segnato dall'omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo di quell'anno: un sistema di equilibri di potere, durato decenni, si era infranto.

"Dal 23 maggio in poi ci sono una serie di evidenti segnali", raccontail magistrato Antonio Ingroia al primo processo per la strage di via d'Amelio: "Paolo Borsellino cominciò ad essere perfettamente consapevole della particolare sovraesposizione in cui si trovava. E ripeteva: Giovanni Falcone era il mio scudo, dietro il quale potevo proteggermi. Morto lui, mi sento esposto e adesso sono io che devo fare da scudo nei vostri confronti".

I 57 giorni cominciarono a scorrere inesorabili. Nei tre processi che si sono celebrati, i pubblici ministeri Nino Di Matteo, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, li ripercorrono tutti. Borsellino aveva un "chiodo fisso", così lo chiamava. Scoprire gli autori dell'eccidio di Capaci. "Quando avrò le idee più chiare sul contesto e la pista giusta - confidò ad Ingroia - consacrerò le mie dichiarazioni alla Procura di Caltanissetta: non voglio legarmi le mani oggi, con una verbalizzazione, quando ancora devo verificare una serie di cose che potrebbero essere importanti per lo sviluppo delle indagini".

Iniziò a rileggere alcuni appunti dell'amico Giovanni, alla ricerca di episodi, paure e presentimenti che potessero aprire uno spiraglio di verità. Sfogliò quelle pagine per giorni. "Era assolutamente convinto di trovarsi di fronte a una strage di Cosa nostra - spiega Ingroia ai giudici della Corte d'assise - ma il punto era cercare episodi, particolari filoni investigativi che potessero aver costituito una causa determinante o scatenante del fatto stragista. Ricordo che diceva: Giovanni non aveva l'abitudine di tenere un diario. Se però ha deciso di appuntare frasi e riferimenti ad alcuni episodi, vuol dire che dietro questi fatti c'è molto di più di quanto non appaia".

Ma in quella ricerca, sembrava solo. Paolo Borsellino stava già ripercorrendo la stessa amara sorte di Giovanni Falcone. I primi ostacoli li incontrò proprio al palazzo di giustizia.
Ebbe comunque il tempo di riprendere alcune delle intuizioni di Giovanni Falcone, curò l'inizio della collaborazione di due pentiti, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo. Comprese che dietro la spartizione degli appalti si nascondevano i nuovi segreti dei rapporti fra mafia e politica.

 

 

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