Boss in fuga dopo la condanna
Ergastolo per la strage di via D' Amelio, in due scappano
Cosimo Vernengo e Giuseppe Urso erano stati assolti in primo grado, la Corte
d' appello li ha ritenuti colpevoli
di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo
Condannati all'ergastolo per la strage di via D'Amelio, in fuga subito dopo
la sentenza. L'ordine di arresto è arrivato tardi, Cosimo Vernengo e
il cognato Giuseppe Urso erano ormai latitanti.
Assolti in primo grado nel febbraio del 1999, condannati in appello dieci giorni
fa al Borsellino bis, i due sono riusciti a beffare la giustizia. Hanno fatto
perdere le loro tracce tra il verdetto della corte d' assise d'appello di Caltanissetta
e la notifica del provvedimento di custodia cautelare che li rispediva in cella.
Sei in tutto gli imputati per i quali è stata ribaltata l'assoluzione di primo grado. Tre di loro, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina e Lorenzo Tinnirello, nonostante la precedente assoluzione, non avevano mai lasciato il carcere perché detenuti per altri processi. Vernengo, Urso e Gaetano Murana erano invece tornati liberi. Murana è stato così arrestato nella notte tra il 18 e il 19 marzo, a dodici ore dalla sentenza d'appello, nella sua casa di Palermo. Gli altri due, che erano stati in carcere ininterrottamente per quattro anni e mezzo fino al 1999, detenuti tra Pianosa e Rebibbia, hanno invece scelto la latitanza.
Cosimo Vernengo è figlio del boss di Corso dei Mille, Pietro che fu protagonista di una fuga iniziata dopo un ricovero agli arresti ospedalieri e finita in un vano segreto nel suo cantiere nautico, al Ponte Ammiraglio. Nel processo Borsellino bis, Vernengo e Urso sono stati chiamati in causa per la prima volta dal pentito Vincenzo Scarantino. Avrebbero preparato, insieme ad altri boss, la 126 esplosa in via D' Amelio: prima rubata e poi imbottita di tritolo. Accadeva due giorni prima della strage. Insieme con loro, ci sarebbero stati anche Natale Gambino, Lorenzo Tinnirello, Pietro Aglieri, Francesco Tagliavia e Tanino Murana. Vernengo e Urso si muovevano spesso insieme. Il primo ha un cognome di riguardo, il secondo, commerciante, ha sposato Rosa Vernengo, l'altra figlia di Pietro: era già stato coinvolto nel maxiprocesso dopo le rivelazioni di Totuccio Contorno, ma era stato poi assolto grazie alla testimonianza di un altro pentito, Francesco Marino Mannoia, marito di una sua cugina acquisita, che aveva escluso che fosse affiliato a Cosa nostra.
Nel processo Borsellino bis il destino giudiziario dei due, come degli altri assolti, era appeso invece alla credibilità di Scarantino. Il pentito accusò, poi si tirò indietro, ritrattando. Così era scattata l' assoluzione del primo grado. Ma qual che mese fa, l'ex picciotto della Guadagna ha chiesto di essere ascoltato nuovamente dai giudici del processo d'appello. Che gli hanno in parte creduto. E sono così arrivate le nuove condanne all' ergastolo. La sentenza è stata emessa dalla corte d' assise d' appello di Caltanissetta presieduta da Francesco Caruso. I giudici hanno letto il verdetto alle 13 del 18 marzo. Hanno inflitto complessivamente 13 ergastoli, confermati quelli per Totò Riina, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia. Confermata anche la condanna a dieci anni, per associazione mafiosa, a Giuseppe Calascibetta e Salvatore Vitale; otto anni e sei mesi per Salvatore Tomaselli e otto anni per Antonino Gambino.
Unico assolto, in primo grado e in appello, Giuseppe Romano, accusato soltanto
di associazione mafiosa. Alle 14 del 18 marzo l' ordinanza di custodia cautelare
a carico dei condannati era già pronta: a chiedere il provvedimento erano
stati i sostituti procuratori gene rali Dolcino Favi e Maria Giovanna Romeo
nella loro requisitoria. Ma Vernengo e Urso hanno scelto la latitanza, mentre
Murana non si è mosso da Palermo, tanto che a poche ore dall' arresto
ha anche firmato il registro dei sorvegliati nei locali del commissariato di
zona. A notte fonda, ha ricevuto la notifica del provvedimento, ed è
stato trasferito all' Ucciardone.
Tratto da "Repubblica", 29 marzo 2002
"Stragisti invitati alla fuga" L' ira del figlio
di Borsellino
Bufera sulla latitanza di due condannati per via D' Amelio. Centaro: "È
gravissimo"
di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo
Una latitanza offerta " un piatto d' argento" Dice così Manfredi Borsellino, figlio del procuratore Paolo, assassinato in via D' Amelio. Rompe un lungo silenzio e commenta esterrefatto la notizia della latitanza di Cosimo Vernengo e Giuseppe Urso, condannati all' ergastolo per la strage del 19 luglio di dieci anni fa e fuggiti prima che i poliziotti tornassero ad arrestarli. " un fatto gravissimo, enorme" ripete Manfredi Borsellino. "on c' è molto da commentare" prosegue sconsolato."Credo - aggiunge - che gli sia stata offerta una latitanza su un pi atto d' argento. Due dei presunti assassini di mio padre sono stati di fatto invitati alla fuga e sono ancora in circolazione" .
Arrestati sul finire del 1994, Vernengo e Urso, accusati di avere caricato di tritolo l'autobomba che uccise il magistrato e cinque agenti della sua scorta erano stati assolti in primo grado e scarcerati dopo quattro anni e mezzo di carcere duro. Liberi in attesa dell' appello, hanno scelto la fuga alle prime avvisaglie di una possibile condanna. Il 18 marzo la Corte d' assise d' appello di Caltanissetta, ribaltando il primo grado, gli ha inflitto l' ergastolo.
Insieme con Vernengo e Urso i giudici hanno condannato altri tre boss rimasti in carcere tra i due gradi di giudizio perché detenuti per altri processi. Gaetano Murana, invece, ha atteso a casa l' arrivo dei poliziotti. Come avevano chiesto i sostituti procuratori generali nel corso della requisitoria, la Corte d' assise d' appello ha disposto il ripristino della custodia cautelare per i condannati. Il provv edimento è stato emesso poco meno di un' ora dopo la sentenza. Ed eseguito nella tarda serata. Vernengo e Urso, probabilmente già da giorni, avevano deciso di rendersi irreperibili. "' è un oggettivo vuoto legislativo per casi come questi" spiega il presidente della commissione Antimafia Roberto Centaro. Conferma indirettamente quel che viene detto negli ambienti investigativi: "Non possiamo controllare tutti i potenziali ergastolani, non lo prevedono le norme". "Appunto - ribatte Centaro - occorre introdurre, con un regolamento del ministero degli Interni, una forma di vigilanza discreta ma efficace nei confronti di chi, accusato di reati gravissimi, potrebbe ragionevolmente rendersi latitante in caso di condanna. Finora non c' è nulla del genere, ma bisogna provvedere perché fatti gravissimi come questi non si ripetano. Un regolamento mi pare la soluzione possibile, per rendere automatica una misura preventiva che impedisca la latitanza".
Uno stato di allerta, dunque, dettato dalle norme e non dalla sensibilità
degli apparati giudiziari e investigativi: al riparo da possibili storture,
disfunzioni, ritardi nella trasmissione delle informazioni. "Questa è
una vicenda che lascia l' amaro in bocca", commenta Francesco Crescimanno,
legale di parte civile della famiglia Borsellino al processo per la strage di
via D' Amelio. Nelle sue parole la conferma di un vuoto normativo che rende
possibile questo genere di latitanze. "La giustizia - aggiunge l' avvocato
- dovrebbe attrezzarsi per evitarle". Crescimanno guarda alla fuga dei
due ergastolani ma anche a quel che resta da fare per ottenere piena giustizia:
"C' è da accertare quale altro livello è stato coinvolto
nella progettazione e nella decisione delle stragi del 1992".