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Nell'inferno che era diventato via d'Amelio, il 19 luglio del 1992, qualcuno mantenne comunque i nervi saldi. Paolo Borsellino era morto, ma bisognava assicurarsi che non nuocesse più per davvero. C'era solo un modo: cancellare tutti quei segreti che aveva raccolto dopo la strage di Capaci. Molti erano dentro un'agenda rossa, che al magistrato era stata regalata dai carabinieri. Qualcuno ebbe per davvero i nervi saldi in quell'inferno di corpi maciullati e macerie. Si avvicinò all'auto blindata, frugò dentro la borsa del giudice. Prese solo ciò che cercava, sapeva cosa. E fece scomparire per sempre l'agenda di Paolo Borsellino. L'ultima volta, era stata aperta appena qualche ora prima: "Non si separava mai da quell'agenda", racconta la vedova, Agnese Piraino, ai giudici del primo processo Borsellino. "Segnava tutto: incontri, impegni di lavoro. Però adesso non si trova più. Quella domenica, a pranzo, la teneva nelle mani ed aveva segnato gli appuntamenti della settimana successiva". In udienza, il pubblico ministero Anna Maria Palma insiste nel chiedere alla signora Piraino: "Ma lei è sicura che quando suo marito è andato via da Villagrazia avesse portato con sé quell'agenda?" "Si - è la risposta - lui metteva le sue cose nella borsa. Non la lasciava mai, la portava sempre con sé, tanto che io, scherzosamente, gli dicevo: Guarda mi sembri Giovanni Falcone, che ovunque andava portava con sé la borsa con le sue cosine. E Paolo, da un po' di tempo, faceva la stessa cosa, camminava sempre con questa borsetta dietro". Era un'agenda dell'Arma dei carabinieri. Non c'era fra
le cose che vennero restituite alla famiglia dopo la strage di via d'Amelio.
"La borsa si era un po' accartocciata - ricorda la vedova Borsellino
- ma il contenuto era integro. Un po' affumicato, ma c'era tutto. O meglio,
quelle poche cose che Paolo aveva: un'agenda con i suoi numeri telefonici,
le sigarette. Ma l'agenda rossa non c'era". |
processo
Borsellino deposizione di Agnese Piraino |